Punto d’ascolto polizia a scuola: per docenti è sbagliato

In merito alla notizia che abbiamo pubblicato in data 27/11/2004 (“Modena: Polizia apre primo punto ascolto a scuola“) sull’apertura di “punto d’ascolto” della Polizia all’Istituto Ipsia Corni di Modena riceviamo e pubblichiamo una lettera redatta da un gruppo di insegnanti.

Noi sottoscritti, docenti dell’Ipsia Corni, dichiariamo di non riconoscerci nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa dal Dirigente scolastico e da una insegnante dell’Ipsia Corni.

L’immagine fornita è ben diversa dalla realtà che ogni giorno incontriamo nelle aule e nei corridoi della nostra scuola.

La nostra non è una scuola di frontiera (e non ha bisogno di uno sceriffo che la sorvegli) bensì un istituto che raccoglie le fasce di studenti meno motivate allo studio e più orientate al lavoro.



Una tipologia umana varia e variegata che presenta tutte le contraddizioni che serpeggiano dentro la nostra società, ma che ne è anche parte integrante.
Vi sono “studenti difficili” come vene sono in tutte le scuole (vedi Lico di Milano che è stato allagato dagli studenti) dalle elementari all’università.



Vi sono studenti poco motivati allo studio e studenti che sognano di diventare elettricisti, elettronici, meccanici, odontotecnici e grafici.
Il nostro compito di educatori non è quello di delegare ad altre istituzioni il rapporto con loro, è quello di dare la possibilità di realizzare il loro sogno.



Gli eventuali episodi di bullismo o intemperanze di altro tipo vanno affrontate nelle sedi giuste che sono quelle degli organi collegiali.



A noi, che passiamo con gli allievi larga parte del loro tempo, sembra ingiusto presentarli con questi toni foschi e allarmanti: ci ha fatto male vedere le vite dei nostri studenti deformate e offerte in pasto alla stampa.



Riguardo all’iniziativa del punto di ascolto di polizia la riteniamo sbagliata, non vi è nessuna emergenza criminale nella nostra scuola e le difficoltà legate ai comportamenti vanno affrontate sul piano educativo e non su quello repressivo.



Ci lascia perplessi anche il messaggio della campagna che promuove l’iniziativa (Un poliziotto per amico) che ci appare diseducativo.
Pensiamo che i ruoli vadano compresi e non confusi: così come non ci possono essere “insegnanti amici”, perché il nostro ruolo ci impone di verificare e valutare con distacco ed equilibrio l’apprendimento, non ci possono essere “poliziotti amici” che devono invece sorvegliare e reprimere i reati.



Lo sportello di consulenza o è un ufficio dove si sporgono denunce (e la scuola non è il luogo adatto per questo) oppure non ha un senso.
Gli studenti devono interiorizzare il rispetto delle regole, sia quelle scolastiche che quelle civili, attraverso un processo educativo di cui la scuola è parte fondamentale.



Questo è il nostro ruolo, questo è il nostro compito, altro sarebbe fuorviante e inutile.
Invitiamo tutti gli adulti della nostra scuola e delle altre a dare un contributo di riflessione su questo tema.




Lettera firmata.