Addio alla donna oggetto: meglio bruttina ma vera

La donna oggetto, quella taglia 42, tutta tacchi a spillo e labbra siliconate, è fuori moda. Al suo posto rinasce la donna-soggetto, taglie preferite 46 e 48, che indossa mocassini e aborrisce le diete. Lo afferma l’Eurispes.

Il rapporto presentato oggi riporta i contenuti di un’indagine su come si vedono le donne realizzata da centri specializzati su questioni femminili, inglesi ed americani, su un campione di 3.200 donne di diverse nazionalità fra le quali italiane, argentine, brasiliane, francesi, olandesi, americane.
L’immagine principale delle italiane – in linea con le donne degli altri paesi – è quella della semplicità (37%), si sentono carine (26%). Il loro aspetto è nella media (12%). Appena il 2% si sente bella.

E’ evidente – afferma l’Eurispes – che per le italiane, e non solo per loro, è passato il periodo delle beauty victim, le vittime della bellezza. Le donne sono per la real beauty, ”la bellezza reale, in nome della quale possono essere rappresentate addirittura le vecchie, le bruttarelle, le grasse, le piatte-come-una-tavola, le lentigginose, tutte però con il sorriso delle vincenti stampato sul volto. Il sorriso della propria sicurezza”. Nel confronto internazionale, solo le brasiliane si staccano, sia pure di poco, dalla generale debacle femminile: il 6% di esse di definisce bella contro una percentuale media del 2,2%.

Sposi all’altare? Pagano mamma e papà
A casa di mamma e papà fino ad età avanzata e quando poi decide di sposarsi, il giovane italiano ricorre, come non mai, al portafoglio dei genitori per le spese del matrimonio. Lo rileva lo stesso rapporto Eurispes che stima la spesa media di un matrimonio in 19 mila euro (nel 2002) con un giro d’affari annuale che si aggira intorno ai 5 miliardi. Ci si sposa sì, quindi, in tarda età e con l’appoggio della famiglia. Dagli anni ’90 in poi, la maggioranza delle coppie di sposi (55%) ha ricevuto un aiuto finanziario dalle proprie famiglie superiore al 50%, cosa che non accadeva negli anni ’80 e ’70 quando invece le coppie che hanno ricevuto tale aiuto erano in media il 27%. Un campione di un’indagine dell’Eurispes, su 100 coppie sposatesi fra il 2000 e il 2004, afferma di aver speso per il proprio matrimonio una cifra che va dai 10 ai 20 mila euro. Il 16,7% ha speso più di 30 mila. Il 27% invece cifre ben inferiori ai 10 mila euro. Una delle spese più alte è quella per l’abito (2.017 euro); seguono i servizi fotografici (1.546 euro), le bomboniere (1.157 euro), i fiori e gli addobbi (732 euro), i trattamenti di bellezza (284 euro). L’83,5% (il 66,6% negli anni ’90 e l’85,7% degli anni ’80) dei costi è assorbito dai pranzi o dalle cene. Ben il 55,5% degli invitati ha dichiarato che al loro matrimonio c’erano più di 100 persone.

L’Eurispes conferma che, in Italia, l’età media del primo matrimonio si sposta sempre più in avanti (soprattutto per la donna che è passata da 24,8 anni del 1960 a 28,1 del 2001) e che si fa sempre di meno: nel 2003 si sono celebrati 257.880 matrimoni, poco meno della metà di quelli del 1971. ”Si riscontra una generale sfiducia nel matrimonio – commenta l’istituto di ricerca – uomini e donne sono disincantati e spesso scettici verso di esso”. Il rito preferito è sempre quello religioso ed aumentano le unioni di matrimoni con un coniuge straniero (uno ogni 10). A quota oltre 500 mila le coppie di fatto. In aumento anche le separazioni e i divorzi. Nel 2002, le prime sono state quasi 80 mila mentre i divorzi oltre 41 mila, con una variazione positiva, rispetto all’anno precedente, rispettivamente del 4,9% e del 4,4%, mentre rispetto al 1995 del 52,2% e del 54,7%. I fallimenti si registrano maggiormente al Nord e al Centro. Al momento della separazione della coppia, è quasi sempre la madre (95% dei casi) la persona a cui vengono affidati i figli. Nello stabilire l’affido, per l’Eurispes, incide la discrezionalità del giudice.
Sempre in tema di famiglia, è confermato la timida ripresa della fecondità che passa da un valore medio di 1,2 figli per donna ad uno pari a 1,3 figli negli ultimi sette-otto anni. Resiste, infine, per i giovani il fenomeno della permanenza in famiglia: nel 2001 il 60,1% dei giovani fra i 18 e 34 anni vive insieme ad almeno un genitore, con un aumento del 5% rispetto al 1993.

(Fonte: Ansa)