Gelato confezionato… che passione!

Il gelato confezionato è sempre più spesso un ‘must’ per un italiano su 4. Ma soprattutto piace a tutti, adulti e bambini, si consuma tutto l’anno ed è un alimento buono, sicuro e, secondo gli esperti, anche nutrizionalmente valido.

Un mix di gusto e nutrimento insomma che, secondo un sondaggio commissionato all’Eurisko dall’Istituto del gelato italiano (Igi) che ha promosso una giornata di approfondimento, piace al 95% della popolazione, mentre il restante 5% non lo consuma, per lo più, a causa di intolleranze alimentari o per altri problemi di salute. E, proprio perchè il gelato è un piacere, gli italiani lo gustano lentamente e, tendenzialmente, tra le mura domestiche (dove trionfa il gelato in vaschetta).

Il gelato non è però più visto solo come dessert, ma anche come merenda, spuntino e persino pasto veloce fuori casa. ”Sono proprio gli ingredienti utilizzati – ha spiegato Giovanni Calderone medico dello sport, nutrizionista e neo presidente dell’Igi – che ne determinano il valore nutrizionale: i grassi apportano una favorevole quota di acidi grassi a catena corta, veloci da digerire e da utilizzare come combustibile per i muscoli”. E quasi a volerne contenere la quantità sono sempre più apprezzati i ‘minigelati’.

Un vero e proprio fenomeno che, nelle vari tipologie commercializzate, ha raggiunto il 5% dei consumi e che, in ogni caso, ha interessato il 62% degli italiani che li ha provati almeno una volta, anche perchè così – sostengono in molti – è possibile assaggiare più gusti con le stesse calorie di un gelato normale.
I fan del gelato industriale sono allo stesso modo uomini e donne, con punte più alte nel Centro Italia e nelle classi di età dei più giovani (14-24 anni). I suoi plus riconosciuti, da 8/9 italiani su 10, sono soprattutto la facile reperibilità, la comodità e la praticità del consumo, mentre 5/7 italiani su 10 fanno riferimento alla sicurezza, all’affidabilità, al gusto garantito e all’ottimo rapporto qualità/prezzo.

”All’industria italiana si deve riconoscere – ha ricordato Franco Antoniozzi, docente di tecnologia alimentare dell’Università di Parma – di essersi dotata, in mancanza di una precisa regolamentazione legislativa italiana ed europea, di un codice di autodisciplina che definisce e codifica i comportamenti in materia di produzione”.