Festival Filosofia: celebri scatti sul corpo delle vittime

Un bambino con le mani alzate nel ghetto di Varsavia occupato dai nazisti. Il bulldozer che scarica impietosamente nella fossa comune i cadaveri di un campo di sterminio. La bambina cambogiana che fugge nuda e piangente dall’orrore della guerra.

Queste celebri fotografie, assieme a molte altre immagini, circa cento, scattate nell’ultimo mezzo secolo in varie parti del mondo, compongono la mostra “Vittime: istruzioni per l’uso”, aperta al Campo di Fossoli e al Museo al deportato di Carpi in occasione del prossimo Festival filosofia sull’umanità, in programma dal 15 al 17 settembre a Modena, Carpi e Sassuolo (informazioni al numero 059 421210 e nel sito internet www.festivalfilosofia.it) per iniziativa del tre Comuni, della Regione, della Provincia, della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e della Fondazione San Carlo, che cura il programma.
Realizzata da Philippe Mesnard, professore di letteratura all’Università di Marne-la-Vallé e all’Haute Ecole di Bruxelles, semiologo delle rappresentazioni umanitarie e della memoria, la mostra si interroga sull’utilizzo che i mezzi di informazione e la pubblicità fanno fatto delle vittime umane con l’intento di suscitare indignazione o con il proposito di giustificare interventi armati e di sostenere azioni umanitarie.


La sezione della mostra dedicata alla memoria del genocidio del popolo ebraico sarà ospitata al Campo poliziesco e di transito di Fossoli, a sei chilometri da Carpi, utilizzato dalle SS come anticamera dei Lager di Auschwitz-Birkenau, Dachau, Buchenwald, Flossenburg. Dal Campo emiliano transitarono circa 5 mila deportati di cui la metà ebrei (un terzo dei deportati israeliti del nostro Paese), tra cui lo scrittore Primo Levi, che rievocò la sua esperienza nelle prime pagine di “Se questo è un uomo”.


Una seconda sezione della mostra – dedicata alla rappresentazione mediatica delle vittime di catastrofi naturali, politiche e militari – sarà ospitata al Museo monumento al deportato, realizzato anche con la collaborazione del pittore Renato Guttuso e inaugurato nel 1973 per raccontare, con un linguaggio lontano dalla retorica, la storia dei prigionieri politici e razziali.