Moschee: lettera aperta presidente Quartiere S.Donato

Lettera aperta del presidente del quartiere San Donato, Riccardo Malagoli.

“Dopo l’assemblea di giovedì scorso sulla nuova moschea, sento il bisogno di esprimere il mio disagio e la mia profonda indignazione, come presidente del quartiere San Donato ma soprattutto come cittadino, persona che in
questo quartiere è cresciuta.

Sono indignato e profondamente ferito dalle frasi che sono state dette, anzi urlate, in quella sede: mai avrei pensato di sentire in una assemblea
di cittadini di questa città, di questo quartiere frasi come “Italia agli italiani”, “i musulmani insegnano ai figli ad uccidere i nostri bambini” e via delirando, accompagnate ad una intollerabile aggressività verbale, dove “i musulmani” sono tutti uguali e nemici e chiunque esprima opinioni diverse è un ingenuo o un fiancheggiatore. Un atteggiamento, un livore fanatico che ha sbeffeggiato, irriso e verbalmente aggredito anche un religioso che portava semplicemente un esperienza di dialogo interreligioso, che è andato via per non sentire non ciò che offendeva lui ma ciò che offendeva principi etici irrinunciabili. Io purtroppo non potevo andar via ed ho dovuto ascoltare fino in fondo e sentirmi arrabbiato e umiliato come altri in quella sala.
Ma soprattutto sono confuso. Perché – sinceramente – mi aspettavo una reazione unanime, forte, “alta” di condanna. Reazione che non c’è stata. Né nell’assemblea dove tanti, troppi cittadini hanno applaudito, annuito,
nella migliore delle ipotesi ammesso a mezza bocca, alla fine, che forse qualcuno “esagerava” ma che “bisognava capirli”… E soprattutto ha pesato il silenzio di quanti c’erano, erano indignati, arrabbiati per le provocazioni, per i contenuti razzisti ma hanno taciuto. Pochi (ma limpide coraggiose persone!) hanno fatto sentire la propria voce. Mi aspettavo provocazioni, mi aspettavo il piccolo “commando” di personaggi (che con il quartiere non c’entravano nulla) venuto a cercare la rissa, a tentare di impedire sul nascere un dibattito sereno. Non mi aspettavo però che non ci
fosse una maggioranza spontanea che, lì e subito, impedisse loro di boicottare la discussione e insultare i relatori, che isolasse i
provocatori.
E una reazione “alta” non c’è stata neppure dopo (a parte le forti preoccupazioni espresse da padre Garuti). Dov’è l’indignazione
generalizzata? Perché partiti, associazioni, singoli – a partire da San Donato – non sentono il bisogno di condannare, e di farlo ad alta voce?
Questa città e in particolare questo quartiere hanno una storia di sinistra ma prima ancora di democrazia, di difesa dei diritti, di laicità. E vorrei
anche ricordare a tanti che l’hanno vissuto sulla propria pelle e che troppo in fretta l’hanno dimenticato che San Donato ha già vissuto tante
storie di integrazione difficile, di italiani del sud che ora sono parte di questo quartiere e che contro intolleranze e pregiudizi dovrebbero essere
vaccinati, non replicarle a spese dei nuovi “stranieri” e “diversi”.
Negli ultimi giorni ho cercato di interrogarmi e di capire, ho visitato siti, ho letto cose che mi hanno scosso ancora di più: un pensiero
razzista, xenofobo, un profondo sentire che si può definire solo come destra estrema sta crescendo, fa proselitismo, si organizza e – soprattutto – non ha più vergogna di sé stesso ma orgogliosamente rivendica addirittura
“eroismo”. Sarebbe un grave errore sottovalutare questi rigurgiti beceri: sono pericolosi ed esprimono una visione del mondo che evoca ombre e spettri che son ben lungi dall’essere sepolti. Se su questi temi non c’è una reazione ferma e soprattutto collettiva, stiamo perdendo qualcosa di prezioso, stiamo rinnegando la parte migliore della nostra storia, stiamo chiudendo gli occhi sull’imbarbarimento.
E adesso perdonate se per poche righe parlo di me, dovrò farlo brevemente per spiegare il mio disagio: molta parte del lavoro di un presidente di
quartiere consiste nell’incontrare persone che espongono i loro piccoli e grandi problemi e nel cercare di risolverli. Può trattarsi un passaggio
pedonale o di nuove panchine, di uno sfratto in una situazione di povertà o della realizzazione di un nuovo parco. E’ l’aspetto che in assoluto amo di
più dell’esperienza di questi anni da amministratore perché – a parte la ricchezza del contatto umano – mi permette di contribuire nel concreto a migliorare la vita delle persone e a rendere il quartiere un posto migliore
attraverso atti che hanno un impatto immediato, che rendono migliore il quotidiano ma così facendo, pur nel piccolo dei compiti di un Quartiere,
contribuiscono a rendere San Donato un posto più sereno ed aperto, dove ci sia spazio per i bisogni di tutti.
Eppure in questi giorni mi sono accorto che mi è più difficile fare con serenità il mio lavoro. Mi confronto con il silenzio di San Donato e non
capisco perché questa comunità non sente il bisogno di dare una risposta forte, spontanea ad un pensiero razzista che sono sicuro non le appartiene (spero che sia chiaro che non sto parlando di permute, metri quadri, localizzazioni, trasparenza dell’UCOII ma di ben altro). Mi domando se non si stia perdendo di vista – tutti – il senso di questa come una
collettività fondata su valori condivisi: accoglienza, rispetto dell’identità dell’altro, rifiuto ASSOLUTO E DECISO della xenofobia, mentre
le mille piccole o grandi esigenze a cui dare una risposta nel lavoro quotidiano diventano parte di un puzzle fatto di frammenti non
ricomponibili: una miriade di bisogni soggettivi o di nicchia la cui somma non dà una comunità ma l’insieme di tanti egoismi, sordi l’uno all’altro.
Penso che su questa risposta anche il mio lavoro di amministratore vada rimesso in gioco: sono grato alle voci che si sono alzate, a chi “ci ha
messo la faccia” per condannare, pochi, ma non riesco ad accettare il silenzio dei più: ho bisogno di capire se questa indignazione profonda è
condivisa da cittadini, associazioni, partiti del quartiere, per capire se e quale senso abbia oggi fare il mio lavoro.