Da stranieri a modenesi l’integrazione passa per i figli

stranieriC’è chi vive la città soltanto come luogo di lavoro, e nel poco tempo libero si limita a frequentare i membri della propria stessa comunità. C’è anche, però, chi ha messo radici: magari arrivato a Modena con l’idea di fermarsi solo qualche anno, si è trovato a comprare casa, aprire una piccola attività, avere figli che frequentano le scuole modenesi e parlano italiano molto meglio della lingua madre. Due tipologie diverse di immigrati, tra le quali prevale numericamente la prima, emergono dalla ricerca antropologica “L’integrazione degli stranieri nella Zona Tempio”, realizzata dallo studioso Daniele Cantini della Facoltà di Lettere dell’Università di Modena e Reggio Emilia e finanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena con la collaborazione dell’assessorato alle Politiche economiche del Comune di Modena e del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari. La ricerca sarà presentata sabato 12 settembre alle 19 in una tavola rotonda in piazza Natale Bruni, dove gli interventi di esperti di immigrazione e mediatori culturali contribuiranno a inquadrare meglio i risultati nella realtà modenese e costruire una definizione condivisa di cosa significhi integrazione. Il lavoro di Cantini, arricchito dai contributi emersi dal dibattito, sarà pubblicato nella collana Quaderni del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari.

Nella ricerca, condotta secondo criteri qualitativi e non quantitativi, l’antropologo ha inizialmente contattato circa 60 stranieri residenti in zona Tempio, individuando poi alcune persone che, per il loro ruolo all’interno della comunità di appartenenza o per la loro storia di migrazione potevano essere particolarmente rappresentative. Dai ripetuti colloqui di Contini con queste persone emerge un’ambivalenza del fenomeno migratorio: da una parte coloro che vivono Modena soprattutto come luogo di lavoro, senza conoscerne gli spazi pubblici e i servizi, dall’altra invece alcuni casi di stranieri molto inseriti nel contesto sociale, con numerosi rapporti professionali e di amicizia anche con modenesi, e comunque conosciuti e integrati anche al di fuori della comunità di origine. È più integrato, in genere, chi anche nel paese d’origine viveva in un contesto urbano, e magari è arrivato in Italia avendo già un titolo di studio o un buon livello di istruzione. Per le donne, un formidabile strumento di integrazione risultano essere proprio i figli, per la cura dei quali si comincia a uscire di casa e interagire con altre madri, con la scuola o con i servizi comunali. Ed è proprio sui ragazzi nati in Italia da genitori stranieri che, secondo la ricerca, le amministrazioni dovrebbero investire, in modo da consolidare in loro un senso di appartenenza alla città di Modena che per tanti motivi è molto più forte di quello dei genitori. Un altro nodo cruciale per migliorare i livelli di integrazione sembra essere la formazione, sia per i cittadini, per fare conoscere loro i servizi pubblici cui hanno diritto di accedere, sia per gli imprenditori stranieri, ad esempio i gestori di negozi cosiddetti etnici, sulle regole da rispettare in materia di commercio, igiene e rispetto della quiete pubblica.

La Zona Tempio, sulla quale negli ultimi anni il Comune di Modena ha investito sia dal punto di vista della riqualificazione urbanistica sia sostenendo gli esercizi commerciali, ha circa 2100 residenti suddivisi in circa 1000 famiglie. Il 24,5% delle persone residenti è di origine e cittadinanza straniera. Se si guarda al complesso del Comune di Modena, la percentuale di residenti stranieri nel 2008 era del 12,8%. Gli stranieri provengono in prevalenza da Marocco (la comunità più numerosa dal 1991 ad oggi), Tunisia, Ghana, Turchia, Nigeria, Filippine. Negli anni sono aumentati i flussi migratori dall’est Europa, prima dall’Albania, poi da Romania, Moldavia e Ucraina.