Quinta Assemblea congressuale Cia Emilia Romagna



Dopo oltre un centinaio di assemblee svolte su tutto il territorio emiliano romagnolo, la Cia ha svolto il quinto Congresso regionale che ha adottato come slogan “Agricoltori protagonisti. Uniti per vincere”. La Confederazione emiliano romagnola (25mila imprese associate, con oltre 60mila addetti), ha elaborato le proposte di politica economica ed ha sottolineato l’attività sindacale “sviluppata in chiave unitaria attraverso il protagonismo degli agricoltori” e ribadendo la necessità dell’agricoltura “di presentarsi con una sola voce, definendo strategie e proposte comuni alle diverse rappresentanze di interessi, professionali e della cooperazione”.

Nella sua relazione il presidente della Cia Emilia Romagna, Nazario Battelli sottolinea che “non è più rinviabile la messa in campo di regole commerciali che controbilancino lo strapotere della moderna distribuzione e che produce spesso tempi di pagamento allungati nonché periodiche vendite sottocosto, non dichiarate come tali, che innescano nel consumatore incomprensione e disorientamento. Queste vendite sottocosto – dice Battelli – comprimono ulteriormente il mercato, producendo spesso una ‘depressione preventiva’ del prezzo che influenza l’andamento stagionale delle quotazioni”.

L’obiettivo da perseguire per la Cia è quindi la definizione di un codice di condotta che individui i comportamenti contrattuali negativi da eliminare, regolando i rapporti tra Gdo e fornitori, in uno spirito di responsabilità sociale. Battelli attacca inoltre il ministro del Dicastero agricolo Zaia “che ha adottato la mera cultura della comunicazione e del presenzialismo, degli slogan e delle parole d’ordine, allontanando però sempre più l’attenzione dai temi veri e strutturali del nostro settore”.

Le Organizzazioni dei Produttori (Op) sono, a giudizio della Cia, uno strumento da sviluppare per la valorizzazione del potere contrattuale degli agricoltori, “ricercando anche forme giuridiche ottimali per rappresentare gli interessi della base sociale – precisa Battelli – partendo dal modello cooperativo”.

Riguardo alle regole e agli strumenti della partecipazione e della democrazia economica, a partire dall’esercizio del diritto di voto, la Confederazione ribadisce la proposta di introdurre la regola della doppia maggioranza, di prodotto e dei soci, “per le decisioni che attengono, ad esempio, alle discipline produttive e di immissione sul mercato del prodotto conferito dai soci stessi”.

Battelli manifesta anche i limiti della filiera corta che, seppur importante per l’attività economica delle imprese “è molto lontana dal poter dare rispostesistematiche alla totalità della produzione: il Ministro del Mipaaf, ma anche molti assessori regionali e provinciali, trovano più facile la soluzione del rapporto fra agricoltura e mercato nella evocazione della filiera corta e nelle sue varie declinazioni, come i farmer’s market e vendita a Km zero”.

Sulla Politica agricola comunitaria la Cia ribadisce che debbono essere sostenuti gli imprenditori agricoli, non i percettori di rendita fondiaria: “la Pac dovràsempre più sostenere i comportamenti orientati allo sviluppo e sempre meno lostatus di agricoltore”.

Il rilancio di un progetto economico per il sistema agroalimentare regionale deve passare anche attraverso la tutela dei marchi. “Apprezziamo l’iniziativa che sta prendendo il Parlamento europeo cercando di imporre la marca del produttore nella grande distribuzione”, commenta Battelli.

In tema di aggregazioni tra produttori mancano, al momento, le condizioni di carattere immobiliare per aumentare le dimensioni aziendali e l’unica strada oggettivamente percorribile – ma frutto di una vera e propria rivoluzione culturale – è quella di impostare progetti di nuove aggregazioni di base fra le imprese agricole “con lo scopo di poter incidere sulla struttura dei costi – precisa il presidente Cia – eliminando la ripetitività degli investimenti e diventando potenzialmente attraenti per i giovani e per le strutture economiche che sono orientate ad una migliore programmazione delle produzioni. L’idea di fondo per questa progettualità aggregativa è quella di mantenere una netta separazione tra gli aspetti di tipo patrimoniale, che restano alle singole aziende, e l’attività d’impresa, che fa capo alla nuova società costituita”. Per superare la frammentazione e la migrazione del valore delle produzioni verso gli altri attori della filiera, per il presidente regionale Cia occorre anche “sviluppare strumenti normativi e contrattuali adeguati, promuovendo ed incentivando l’associazionismo e la contrattazione interprofessionale. La sfida che il mondo agricolo italiano deve affrontare è la ricerca di un rapporto diretto della produzione con i diversi mercati, mettendo in campo una nuova progettualità di conseguente adeguamento delle dimensioni imprenditoriali e organizzative”.

Le regioni della Pianura Padana condividono le tematiche legate alla gestione del territorio, al sempre difficile rapporto fra agricoltura e ambiente, all’applicazione della direttiva sui nitrati, all’importanza della zootecnia e alla detenzione di quasi tutte le grandi produzioni ad identificazione geografica.

“Ma anche l’organizzazione del prodotto, la sua possibile programmazione, il distretto del pomodoro da industria, il corridoio verso l’Est Europa, la presenza di alcuni importanti mercati agroalimentari di riferimento potrebbero essere frutto di politiche interregionali”.La rappresentanza agricola si caratterizza, purtroppo, per la sua divisione, nella frammentazione anche nell’offerta dei servizi.

“Nella nostra regione si è manifestata da circa un lustro, con frenate ed accelerazioni, una particolare sensibilità alla cultura dell’unità d’intenti fra Cia, Confagricoltura e Copagri con la partecipazione delle Centrali cooperative Fedagri Confcooperative e Legacoop Agroalimentare. Questo bagaglio, posso affermarlo con sufficiente tranquillità, si è effettivamente consolidato nelle campagne, fra gli agricoltori e nei gruppi dirigenti. In Emilia Romagna penso che sia ora possibile salire il gradino per aumentare complessivamente il livello di unità politico-sindacale e sperimentare forme di aggregazione dei servizi che comincino ad essere effettivamente riorganizzative, strutturalmente semplificative e non solo “aggiuntive” com’è, comunque meritoriamente, già oggi per alcune importanti attività”.

Il presidente della regione Emilia Romagna Vasco Errani ha posto l’accento sulla urgenza di riorganizzare la filiera agricola “a partire dai progetti industriali con l’obiettivo di assicurare redditività alle imprese”.

Nell’intervento conclusivo il presidente Politi ha rimarcato la necessità di un nuovo progetto di sviluppo per l’agricoltura italiana, “obiettivo che tutte le rappresentanze agricole devono perseguire e su cui debbono lavorare”, ha osservato. Riguardo la Pac, Politica agricola comunitaria, Politi ha inoltre lamentato il mancato coinvolgimento del mondo agricolo, da parte del ministro Zaia, nell’individuare le progettualità per il ‘dopo 2013’, programmazione che altre nazioni come la Francia hanno concertato con le rappresentanze di settore. Nuove regole per disciplinare i mercati e chiare scelte nelle politiche nazionali sono infine per Politi indispensabili per il futuro delle imprese agricole.

La Cia Emilia Romagna associa in tutta la regione 25.000 imprese e coinvolge oltre 60 mila addetti.

Nelle 10 sedi provinciali e nei numerosi uffici territoriali lavorano 430 addetti che si occupano dei servizi fiscali e tecnici, nonché di fornire assistenza attraverso il patronato Inac, Istituto nazionale assistenza coltivatori. Gli associati alla Confederazione producono una Plv complessiva di oltre 833 milioni di euro.

La Cia è articolata in istituti e organismi di rappresentanza: Agia (Associazione giovani imprenditori agricoli), cioè gli ‘under 40’ della Cia, Donne in Campo, ovvero la rappresentanza della imprenditrici agricole e l’Associazione pensionati (Anp).

Inoltre è attivo Turismo Verde, l’istituto di agriturismo, Anabio (l’associazione degli agricoltori biologici) nonché organismi che si occupano di energie alternative, rinnovabili e agroforestali. Infine la Cia è dotata di un efficiente Centro di assistenza fiscale.

Caduta dei prezzi all’origine in Emilia Romagna

La caduta dei prezzi all’origine è nell’ordine complessivo del 12-13% con settori particolarmente colpiti: -22% per frutta e verdura (ma per pesche e nettarine parliamo del 50%); –20% per i cereali; -15% nel vino. L’aumento dei costi per i mezzi di produzione, che dobbiamo registrare nonostante la situazione generale, chiude il cerchio di una redditività negativa (-25,3%), con le imprese agricole che hanno lavorato in perdita, che si sono indebitate e che non ricevono segnali.

La crisi economica internazionale non ha che accelerato processi di erosione della redditualità della parte produttiva delle filiere già in atto da alcuni anni, nella progressiva migrazione della marginalità economica verso la parte distributiva (del valore “interno” alle filiere il 77% va alla moderna distribuzione, il 13% all’industria, il 10% all’agricoltura). In aggiunta a queste tendenze, l’impatto della crisi sui consumatori è stato gestito dalla Gdo con la ricerca esasperata, aprendosi un contesto di concorrenza, della dimostrazione di essere soprattutto convenienti, con tutte le “forzature” commerciali e contrattuali immaginabili e con l’aumento in meno di due anni delle vendite in promozione (+25%) e di quelle delle cosiddette Private Label (+12%). Queste pratiche hanno scaricato tutti i loro effetti negativi in particolare sulla parte agricola delle forniture.

Vino

Nel mercato più significativo (USA) sta avvenendo una sostituzione nel consumo dei vini in base al prezzo, alla tipologia e alla provenienza con una tenuta delle quantità per gli imbottigliati (ma con una riduzione di prezzo del 15-20%), il crollo degli spumanti e un aumento degli sfusi del 50% in valore, raddoppiando le quantità a favore delle Private Label con un trascinamento al basso delle produzioni di qualità.

Dop e Igp

Il tema delle grandi produzioni DOP e IGP assume un ruolo molto importante in tutti questi ragionamenti. L’”anomalia” delle cosiddette “BIG DOP” è tutta italiana, del Nord Italia e poi dell’Emilia-Romagna che con un valore alla produzione di 2,4 Mld di euro (1,1 Mld di prodotto agricolo su di una PLV regionale di poco inferiore ai 4 Mld) vi dedica, ad esempio, l’85% del latte vaccino e il 36% dei suini macellati. È molto chiaro che percentuali di PLV così importanti non possono disattendere una continua lotta alla contraffazione e un incessante lavoro di pressione politica ai vari livelli per ottenere il riconoscimento delle Indicazioni Geografiche a livello internazionale, ma resta prioritario convogliare le nostre forze per ottenere la possibilità, a partire dalla Comunità Europea, ma in particolare presso il Governo e l’Autorità italiani, di regolamentare la produzione da parte dei Consorzi di Tutela. E’ proprio all’interno delle più grandi DOP che, se non si mettono in atto rapidamente politiche di aggregazione commerciale in capo ai produttori, si corrono i maggiori rischi di impoverimento di tutto il sistema certificato.