Domani a Bologna il sindaco Virginio Merola conferirà la cittadinanza onoraria a Aung San Suu Kyi



Aung-San-Suu-Kyi-2Mercoledì 30 ottobre, alle ore 9,30, nella sala del Consiglio Comunale a Palazzo d’Accursio, il sindaco Virginio Merola conferirà la cittadinanza onoraria a Aung San Suu Kyi. La seduta straordinaria del Consiglio comunale sarà aperta dalla presidente Simona Lembi. Seguiranno gli interventi di Gianni Sofri e del sindaco Virginio Merola. Dopo il conferimento della cittadinanza, interverrà Aung San Suu Kyi.

Sarà possibile seguire la diretta della cerimonia e della successiva consegna della laurea ad honorem in Filosofia ad Aung San Suu Kyi presso l’Auditorium Biagi di Sala Borsa (ingresso dal Cortile Guido Fanti, già Cortile del Pozzo, all’interno di Palazzo d’Accursio) e nella Sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio (piazza Galvani 1). Sarà possibile accedere all’Auditorium Biagi e allo Stabat Mater alle ore 9.

Entrambe le cerimonie saranno trasmesse in diretta streaming sia sul sito del Comune di Bologna (www.comune.bologna.it) sia sul sito dell’Università di Bologna (www.magazine.unibo.it).

Il conferimento della cittadinanza onoraria della città di Bologna a Aung San Suu Kyi è stato approvato all’unanimità dal Consiglio Comunale nella seduta del 15 settembre 2008. L’ordine del giorno è stato presentato da Gianni Sofri e Paolo Foschini, presidente e vicepresidente, nel 2008, del Consiglio comunale. Di seguito il testo della motivazione:

“Il Consiglio comunale di Bologna riconosce da tempo nella leader birmana Aung San Suu Kyi, Premio Sakharov della Comunità Europea per la libertà di pensiero nel 1990, Premo Nobel per la pace (su proposta di Vaclav Havel) nel 1991, una delle più straordinarie figure del nostro tempo.

Figlia del Padre dell’indipendenza birmana, Aung San, assassinato nel 1947 a soli 33 anni, la giovane Suu Kyi compì i suoi studi e le sue prime esperienze in Birmania, poi a Dehli, infine a Oxford, dove studiò politica, economia e filosofia. Insegnò e svolse compiti diplomatici in Inghilterra, in India, negli Stati Uniti e in Giappone, finché un viaggio in Birmania, per visitare la madre gravemente malata, cambiò la sua vita. Nell’88, mentre si trovava a Rangoon (oggi Yangon), manifestazioni di massa, soprattutto studentesche, vennero represse con grande violenza, con migliaia di morti, dal regime militare che governava (e tuttora governa) il paese da decenni, ma che fu poi costretto dalle pressioni internazionali a promettere libere elezioni.

Quando queste si svolsero, la Lega nazionale della democrazia, fondata da Suu Kyi, ottenne (maggio 1990) un successo strepitoso, con l’81% dei voti e 392 seggi su 485. Suu Kyi non aveva potuto partecipare personalmente alla campagna finale, essendo stata messa dieci mesi prima agli arresti domiciliari. Vanificata dai militari l’espressione della sovranità popolare, l’Assemblea legislativa non fu mai convocata, e centinaia di leader e militanti democratici vennero imprigionati. E benché in seguito i militari abbiano cercato in più modi di migliorare la propria immagine all’estero, questa è ancora oggi la situazione della Birmania: un Paese che tutte le statistiche economiche e sociali indicano come uno dei più poveri dell’Asia; e che, come ama ripetere Aung San Suu Kyi, è “dominato dalla paura”: paura delle torture, delle deportazioni, del lavoro forzato. Libera dalla pauraè per l’appunto il titolo di una sua bella raccolta di saggi, tradotta anche in italiano.

Dall’89, salvo brevi intervalli, Suu Kyi è sempre rimasta agli arresti domiciliari, in una casa circondata dai soldati. Per anni non potè vedere il marito e i figli. Nel marzo del ’99 il marito di Suu Kyi, Michael (uno studioso inglese del buddismo), morì in Inghilterra per un cancro alla prostata. Vicino alla fine, aveva chiesto di poter salutare la sua compagna in un ultimo viaggio in Birmania, ma i militari non glielo permisero. Se voleva, dissero, poteva andare lei a trovarlo. Ma Suu Kyi sapeva bene che in quel caso non avrebbe mai potuto tornare, e scelse di soffrire da sola, e da lontano, quel tragico distacco da un uomo che l’aveva sempre teneramente appoggiata.

I militari cercarono infatti (lo fanno tuttora) in tutti i modi di convincerla a espatriare, ma si scontrarono sempre con la sua fermezza, il suo indomito coraggio, la sua consapevolezza di essere un simbolo per il suo popolo. Nel corso degli anni, Suu Kyi ha fatto ricorso a ogni forma di protesta che la sua situazione le permettesse, come i digiuni, per attirare l’attenzione della comunità internazionale sulla tragedia del suo Paese, uno dei più sventurati della Terra. Quando le venne assegnato il Nobel, pesava meno di quaranta chili.

Ma Aung San Suu Kyi non è una grande figura solo per il coraggio della sua lotta non-violenta. Lo è anche per le sue idee. Nell’Asia di oggi, molti tiranni contestano l’universalità dei diritti umani in nome di una supposta “specificità” asiatica, che permette loro di giustificare illegalità e soprusi. La voce di Suu Kyi, insieme a quella di tanti dissidenti cinesi e asiatici di altri Paesi, ci parla di cose assai diverse. Ci dice, ad esempio, che “una cultura di pace, una cultura democratica e una cultura dei diritti dell’uomo sono indivisibili”. E ancora: “Nulla di nuovo nel fatto che governi del Terzo mondo cerchino di giustificare e di perpetuare l’autoritarismo denunciando come alieni i principi liberaldemocratici, arrogandosi di conseguenza il diritto ufficiale ed esclusivo di stabilire ciò che è conforme o meno ai canoni culturali indigeni”.

Così, da quasi vent’anni, una donna minuta e fragile, dai lineamenti finissimi anche se ormai segnati dalla sofferenza e dal sacrificio, continua a sfidare una dittatura di militari felloni e violenti, spacciatori internazionali di droga, sotto gli occhi così spesso distratti, quando non subdolamente complici, della comunità internazionale.

Per tutte queste ragioni, anche Bologna –come tante altre comunità di tutto il mondo- vuole offrirle, con rispetto e ammirazione, la sua solidarietà, assegnandole la cittadinanza onoraria della nostra città”.