L’Agrifood emiliano-romagnolo è sotto scacco


L’Agrifood emiliano-romagnolo è sotto scacco. La domanda estera barcolla e cerca una via d’uscita tra gli effetti incalcolabili del Coronavirus, il rebus sulla mancata tutela dei marchi post-Brexit e la minaccia di nuovi dazi Usa; oltretutto con l’incognita delle calamità naturali sullo sfondo. «È necessario sostenere le imprese nel processo di aggregazione e rafforzare la struttura del sistema agricolo e agroalimentare regionale, migliorando così – osserva Giovanna Parmigiani, che rappresenta l’Emilia-Romagna nella giunta nazionale di Confagricoltura – la redditività e produttività delle aziende agricole».

L’assist arriva dagli ultimi dati diffusi dal Centro Studi di Confagricoltura, che raccontano la crescita delle reti di impresa in Emilia-Romagna: + 8,3% nel 2019 (da 2001 a 2167 unità). «La percentuale di incremento è molto incoraggiante e va nella giusta direzione che è quella – chiarisce Parmigiani – di puntare all’aumento della dimensione aziendale, della superficie agricola utile e del valore della produzione, attraverso aggregazioni virtuose tra imprese non solo all’interno della propria filiera produttiva».

Infatti, come sottolinea lo studio di Confagricoltura, le reti di impresa tendono a “mettere insieme” competenze e settori di attività diversi soprattutto per conseguire migliori risultati produttivi e commerciali grazie ai contributi di aziende esterne al mondo agricolo.

«Bisogna rispondere con una politica incentivante, che sia in grado di supportare le aziende nel percorso di aggregazione intra ed extra filiera. Sempre più spesso – conclude Parmigiani – le regole del mercato globale sono dettate da fenomeni esterni, violenti e inaspettati. L’export agroalimentare è l’unica boccata d’ossigeno per il nostro settore, ma la scarsa competitività del sistema Paese dovuta alla frammentazione aziendale ci rende maggiormente vulnerabili di fronte agli imprevisti».

Da un recente focus Nomisma, condotto su oltre 1.000 aziende agricole presenti sul territorio nazionale, si evince in maniera chiara il trend: solo il 7% delle imprese emiliano-romagnole ha una superficie superiore ai 50 ettari e meno del 20% registra un fatturato annuo superiore ai 100 mila euro.