Reggio Emilia celebra il 229° anniversario del primo Tricolore



Reggio Emilia ha festeggiato oggi, mercoledì 7 gennaio, il 229esimo anniversario della nascita del Tricolore a cui ha dato i natali il 7 gennaio 1797 quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, riunito nella Sala del Tricolore, lo adottò come vessillo ufficiale.

Dopo gli onori militari da parte della viceprefetta vicaria Caterina Minutoli alla Compagnia di formazione interforze delle unità militari schierate in ambito regionale e coordinata dal Comando Militare Esercito (CME) “Emilia-Romagna”, ente dipendente del Comando Territoriale Nord di Padova, l’alzabandiera e l’esecuzione dell’Inno nazionale, la cerimonia da piazza Prampolini si è spostata in sala del Tricolore.

Qui il sindaco Marco Massari, alla presenza delle autorità istituzionali, civili e militari, ha consegnato la Costituzione a due delegazioni di studenti in rappresentanza delle scuole reggiane: gli studenti dell’IC Galileo Giorgia Bassi e Riccardo Bontempi accompagnati dal dirigente scolastico Stefano Delmonte e agli studenti dell’IC Ligabue, scuola secondaria Dalla Chiesa, Fabio Balla e Diletta Sdango accompagnati dalla dirigente Francesca Spadoni.

Copia della Costituzione Italiana è stata consegnata anche a quattro neo-cittadini impegnati nell’associazionismo delle diaspore e nel dialogo interculturale che hanno acquisito la cittadinanza italiana nel corso del 2025 dopo anni di attesa e che hanno portato una testimonianza sul loro essere ‘nuovi italiani’.

“Il 14 novembre 2025 ho giurato fedeltà a questo bellissimo paese. Ho pianto perché questo paese mi ha accolta e mi ha dato la possibilità di essere ciò che sono oggi – ha detto Ihsane Ait-yahia, nata nel 1992 a Casablanca in Marocco, in Italia dal 1999 grazie al ricongiungimento familiare, attivista impegnata nella riforma della normativa sulla cittadinanza nell’Italia contemporanea, si occupa di accompagnare i migranti nei percorsi di regolarizzazione e di accesso ai diritti fondamentali – Ma il lungo ritardo nell’ottenere la cittadinanza, dovuto a una normativa obsoleta e ormai inadeguata alla nuova Italia, ha limitato i miei sogni. Ho dovuto lottare con tutte le mie forze, come una guerriera, allontanarmi e poi ritrovare la forza per avvicinarmi di nuovo ai miei obiettivi. Oggi, per me, questa giornata è una vera conquista, difficile e piena di sacrifici. Una delle emozioni che non vedo l’ora di vivere è quella di poter votare. Perché oggi la mia voce ha valore, la mia opinione conta. Per alcuni sarò sempre la marocchina velata, ma per tanti altri sarò l’Italiana che ha lottato per vedere riconosciuta la propria identità. Ma la cosa più importante è che io ora mi riconosco, prima di ogni altro giudizio, mi sento completa”.

“Fin da subito, nella mia infanzia, convivevano culture diverse, lingue diverse, e persino diversi modi di vivere la fede. E la cosa per me era del tutto normale, perché era parte della mia quotidianità: un insieme di pezzi che coesistevano senza scontri”. Ha testimoniato Diana Bota, nata in Ucraina nel 1995, arrivata in Italia nel 2005 e dal 2015 parte dell’Associazione dei Volontari Ucraini in Italia di Reggio Emilia, che collabora con Mondinsieme. “Le lunghe file in questura mi svegliavano da un senso di normalità, ricordandomi che questo ‘soggiorno’ in Italia era difficile. Così come i viaggi al Consolato ucraino di Milano e le attese infinite per i documenti. Poi c’erano le mie prof al liceo, molto poco avvezze ai permessi di soggiorno e alle carte d’identità non valide per l’espatrio, che si spaventavano a vedere questi documenti. In quel caso ero io che ricordavo a loro che in Italia esistono ragazze e ragazzi come me”.

“Il giorno in cui ho ottenuto la cittadinanza italiana ha segnato una svolta profonda. Non è stato soltanto un atto amministrativo, ma un momento di alto valore simbolico e civile. In quel passaggio ho riconosciuto pienamente il significato dell’articolo 3 della Costituzione italiana, che afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, e che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e la partecipazione di tutti alla vita del Paese – ha raccontato Abdoulaye Condè, nato nel 1983 in Costa d’Avorio, arrivato in Italia nel 2009 e oggi operatore sociale ed educatore professionale sociopedagogico e . segretario generale dell’Associazione degli Ivoriani di Reggio Emilia – Oggi la Costa d’Avorio e l’Italia convivono in me in un equilibrio armonioso. La prima mi ha donato le radici, la seconda mi ha offerto l’opportunità di crescere come cittadino consapevole, libero e responsabile. Non sono due identità in contrasto, ma due forze che si completano e si arricchiscono reciprocamente”.

“Ho chiesto la cittadinanza italiana perché mi sentivo parte della società italiana perché per me la cittadinanza è una questione di appartenenza, significa fare parte di una comunità, non avrei potuto richiedere la cittadinanza se non mi fossi sentito parte della società in cui vivevo – ha aggiunto Bourama Yaressi, arrivato in Italia come richiedente asilo e oggi operatore e mediatore presso il centro di accoglienza straordinaria di Reggio Emilia – L’Italia è il nostro bene comune, vivo in Italia per scelta, nessuno mi ha obbligato, ho scelto Reggio Emilia la città delle persone perché la parola persona ha un significato molto importante per me, vivere assieme significa vivere con le altre persone senza distinzione”.

Al termine della cerimonia in Sala del Tricolore, il giornalista e scrittore Corrado Augias, che ha poi tenuto un intervento al teatro Valli, ha firmato e lasciato una dedica sull’albo d’oro del Comune: “Contento di partecipare a questa cerimonia, c’è nella ritualità civile un fondo di grandezza quando è sentita e partecipata”.

229° ANNIVERSARIO DEL PRIMO TRICOLORE – INTERVENTO DEL SINDACO MARCO MASSARI ALLA CERIMONIA IN SALA DEL TRICOLORE

“Ritrovarci qui, il 7 gennaio, ha per Reggio Emilia un significato profondo e unico. In questo luogo celebriamo ogni anno una parte fondante della nostra festa del Tricolore, ricordando il momento in cui, proprio qui, nacque la nostra bandiera. Non celebriamo soltanto un simbolo, ma un’idea di libertà, di unità e di futuro condiviso che continua a parlarci e a guidarci. Il Tricolore nasce come segno di speranza e di cambiamento. Quegli stessi valori, dopo la tragedia della guerra e della dittatura, hanno trovato la loro espressione più alta nella Costituzione della Repubblica italiana.

Nel 2026 ricorrono gli 80 anni dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946 che sancì la nascita della Repubblica italiana, referendum che vide per la prima volta nella storia d’Italia le donne italiane andare al voto (fu il primo voto a suffragio universale), aprendo così la strada ad una democrazia più completa; sempre il 2 giugno 1946 venne eletta anche l’assemblea costituente dove uomini e donne, provenienti da pensieri differenti ed esperienze in partiti spesso contrapposti in un paese che usciva ferito ma determinato a ricostruirsi su basi nuove – la democrazia, la pace, la dignità della persona – questi uomini e queste donne si misero insieme per concordare le regole dell’ordinamento politico, amministrativo, economico, sociale del nostro paese, le norme fondamentali di uno stato democratico: la nostra Costituzione, che entrò in vigore il 1 gennaio 1948.

Anche Reggio Emilia contribuì in modo diretto e autorevole a quel lavoro fondamentale. tra i membri della costituente vi furono reggiani e rappresentanti del nostro territorio che segnarono profondamente la nascita della repubblica: Meuccio Ruini, reggiano, presidente della commissione dei 75 che redasse il progetto della costituzione; Giuseppe Dossetti, eletto in questa terra, protagonista di una stagione altissima di impegno politico e civile; e Nilde Iotti, nata a Reggio Emilia, una delle madri della costituzione, che portò in assemblea il valore dell’uguaglianza, dei diritti delle donne, della giustizia sociale. Figure diverse, ma unite dall’idea di una democrazia fondata sulla partecipazione e sulla responsabilità.

È nel segno di questa eredità che oggi abbiamo consegnato la Costituzione ai rappresentanti delle scuole e consegniamo ora la Costituzione a quattro giovani donne e uomini che italiane e italiani lo sono diventati formalmente nel corso del 2025 giurando sulla Repubblica, la Costituzione e le leggi dello stato. Quattro ragazzi e ragazze che hanno ottenuto una cittadinanza che stavano già esercitando nella partecipazione alla vita associativa, culturale, politica e sociale della nostra città, all’interno dell’assemblea del centro interculturale Mondinsieme ma non solo.

Sono Ihsane Ait-Yahia, Diana Bota, Abdoulaye Condè e Bourama Yaressi.

La Costituzione ci ricorda, all’articolo 1, che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e che la sovranità appartiene al popolo. All’articolo 2 riconosce i diritti inviolabili della persona e richiama i doveri di solidarietà: parole che parlano di una comunità che non lascia indietro nessuno.

All’articolo 3 afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, impegnando le istituzioni a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza delle persone.

Ai rappresentanti delle scuole voglio ricordare che la Costituzione affida al sistema scolastico un compito fondamentale: è infatti  attraverso la conoscenza, l’educazione e il pensiero critico che si costruisce una cittadinanza libera e responsabile. E l’articolo 34 sancisce il diritto all’istruzione per tutti, stabilendo che la scuola è aperta a tutti, l’istruzione inferiore (almeno otto anni) è obbligatoria e gratuita, e che i cittadini capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di accedere ai gradi più alti degli studi grazie a provvidenze statali come borse di studio.

L’articolo 34 pone quindi le basi per un sistema educativo inclusivo, equo e orientato al merito, fondamentale per lo sviluppo della persona e della nazione.

Consegnare oggi la Costituzione e il Tricolore non è per nulla un atto formale, ma un impegno condiviso. È l’invito a praticarne i valori che rappresenta ogni giorno, nelle scelte, nelle relazioni, nella cura della nostra città.

In questa sala, dove è nato il Tricolore, guardiamo alla nostra storia per rafforzare il futuro di Reggio Emilia e non solo: una città aperta al mondo, solidale e profondamente democratica”.

 

FESTA DEL TRICOLORE, ZANNI: «UNITI NELLA DIVERSITÀ È LA SFIDA DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA. TORNIAMO ALLA FATICA DELLA COMPLESSITÀ, AL VOTO, ALLA RESPONSABILITÀ»

Di seguito l’intervento di Giorgio Zanni, Presidente della Provincia di Reggio Emilia.

“Buongiorno a tutte e a tutti. A tutte le Autorità civili, religiose e militari, alle cittadine e ai cittadini presenti, a studenti e studentesse, a chi sta seguendo da casa, buona Festa del Tricolore!

Il Tricolore, uno dei pochi vessilli che ancora unisce ogni angolo del nostro Paese e ogni nostro concittadino, che tiene insieme la nostra comunità nazionale, in Italia come nel resto del Mondo. Per questo il 7 gennaio deve divenire ancor di più la Festa di tutte e di tutti gli Italiani: delle cittadine e dei cittadini italiani, di chi italiano lo desidera diventare, delle maggioranze come delle minoranze sociali, politiche o economiche, delle maggioranze che altrove sono minoranze, delle minoranze che altrove sono maggioranze. Affinchè questo avvenga è necessaria la volontà di tutte e tutti, di voler coinvolgere e di voler essere coinvolti con ugual entusiasmo: solo allora il 7 gennaio sarà davvero Festa di unione anche al di là di ogni legittima diversità.

La verità, però, è che oggi facciamo sempre più fatica a costruire unità nella diversità. Uniti nella diversità: non a caso, il motto dell’Unione Europea. Uniti nella diversità: lo spirito con cui i rappresentanti della Repubblica Cispadana cominciarono ad immaginare un’Italia unita e non più debole e divisa, terra di conquista e di lotta tra Regni e Ducati. Uniti nella diversità: lo spirito con cui i nostri padri Costituenti, con idee e sensibilità tra loro differenti, compirono il gesto più alto e fondativo della nostra Repubblica (che compie quest’anno 80 anni): la nascita della nostra Costituzione.

Fatichiamo a costruire “in variante concordia”, unità nella diversità, appunto. Pare che il Mondo si stia progressivamente arrendendo ai precari equilibri generati dalla polarizzazione delle idee. E in un certo senso, alle tifoserie. E forse, senza accorgercene, stiamo diventando anche noi stessi parte di quelle tifoserie.

Erano certamente diversi i valori che permeavano il tempo del Congresso della Repubblica Cispadana, ispirati ai principi di libertà, uguaglianza e fraternità, eco diretta della Rivoluzione Francese e della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. Ispirati dal lume della scienza e della ragione quale motore di sviluppo, dal coraggio e dal cambiamento, dalla costruzione di equilibri nuovi.

Oggi invece, pare che buona parte della nostra società abbia rinunciato alla gestione delle cose difficili: alla costruzione paziente di equilibri stabili e duraturi su cui poggiare le cose importanti e complesse. Persino essere tifosi, oggi, sembra non bastare più: occorre essere ultras, occupare la posizione più estrema, più rumorosa, più radicale, in fondo, anche quella più facile. Lo osserviamo, purtroppo ancora di più, nei delicati equilibri che regolano la Democrazia e che regolano la Pace, nel nostro Paese, in Europa e nel resto del Mondo. Quegli equilibri che rendono possibile il dialogo tra persone e pensieri differenti, tra popoli e Paesi differenti, tra interessi ed esigenze, legittimamente differenti. Ecco allora che arrendersi alla logica dell’ultras di parte significa allontanarsi sempre più dalla missione più alta e autentica della politica e pregiudicare ciò che di più prezioso ci è stato lasciato in eredità: le conquiste democratiche, i diritti e i doveri di cittadini, la pace e la tutela della nostra vita.

Lasciatemi ringraziare colleghe, colleghi e amici sindaci, presenti qui anche oggi, vestiti del nostro Tricolore. Forse nessuno più di un Sindaco può comprendere ed incarnare la quotidiana sfida – ed anche la preziosa fatica – di costruire ogni giorno risposte concrete ed efficaci per i propri concittadini, in un mondo sempre più veloce e polarizzato, in un mondo dove le nostre comunità più piccole, le aree interne e le periferie, sono spesso ricordate solo nel momento dei tagli alle risorse loro assegnate.

E allora, sia quello stesso Tricolore un promemoria per tutti noi: sia garanzia dei giusti spazi dell’esercizio Democratico e della buona politica. Sia il giusto spazio e il giusto tempo per riconoscere le proprie responsabilità ma anche per riconoscere e rispettare le ragioni altrui, per ritrovare, insomma, il senso dell’onestà intellettuale.

Sia il giusto spazio anche per tornare a tollerare l’errore senza ridurlo, sistematicamente, a strumento di delegittimazione personale. Perché il timore dell’errore, la paura del giudizio e ancor più dell’etichetta cucita addosso – decretando peraltro l’appartenenza all’una o all’altra tifoseria – si trasformano spesso nella rinuncia totale al proprio pensiero critico.

E a pagarne il prezzo più alto, come spesso accade e come spesso ci ricorda anche il Presidente Mattarella, rischiano di essere i giovani che proprio sul pensiero critico fondano la loro crescita personale ponendo le basi anche per il cambiamento dell’intera società.

E a proposito di giovani: Achille Barosi, Emanuele Galeppini, Chiara Costanzo, Sofia Prosperi, Riccardo Minghetti, il bolognese Giovanni Tamburi. Oggi, da qui, ci uniamo al dolore e al cordoglio nazionale, anche partecipando al minuto di silenzio che proprio in questi minuti si sta tenendo in tutte le scuole italiane, in memoria delle 40 vittime dell’incendio di Crans-Montana. A loro e alle loro famiglie e – consentitemi – alla famiglia di Alessandro Ambrosio, giovane 34enne, capotreno, vittima sul lavoro di ingiustificata e ingiustificabile violenza, va il nostro più sincero cordoglio.

Dicevamo: la complessità delle cose, lo scherno dell’errore, il giudizio che diviene etichetta. E’ così che veniamo spinti a rifugiarci verso posizioni apparentemente più sicure: protetti da una parte di questo strano tifo, attaccati probabilmente dall’altra, ma comunque al riparo dalla solitudine che spesso accompagna le posizioni nuove. Di qui o di lì, pro o contro, rischiando di rendere ogni discussione una questione di parte, sapendo che si è “dalla parte giusta” solo se si rimane entro i confini del proprio tifo.

Pro o contro. Tutto e tutti. In modo indistinto e mai soppesato. Pro o contro la Palestina o Pro o contro Israele. Pro o contro la Russia o Pro o contro l’Ucraina. Pro o contro un giornale o un telegiornale, che a sua volta è pro o contro un’idea o un’ideologia, un movimento o un partito politico. Pro o contro l’intelligenza artificiale. Pro o contro i Magistrati o la riforma della Magistratura. Pro o contro persino alla sicurezza nelle città,  alla parità di genere, alle differenze salariali o ai diritti alle donne. Pro o contro la “famiglia nel bosco”. Pro o contro la diga di Vetto o il ponte di Messina. Pro o contro un Governo, un Presidente di Regione o un Sindaco. Pro o contro un intellettuale o uno storico, un direttore d’orchestra o un regista, un attore o un musicista, un cantante o uno scrittore. Pro o contro l’Allegrismo o il Sarrismo, i tortellini o i capelletti, l’“italianità” di Paola Egonu e Miriam Sylla. Pro o contro il Presepe, Gesù Bambino o l’albero di Natale, le lanterne cinesi, Kennye West, Checco Zalone, l’Inter o la Juventus. Anche in queste ultime ore. Pro o contro l’illegittimo, illiberale e inaccettabile regime di Maduro o il machismo trumpiano irridente di qualsiasi regola di diritto internazionale? Dai grandi conflitti mondiali al 4-3-3 del Napoli di Conte, pro o contro, sempre e solo pro o contro, abiurando ancora una volta alle nostre intelligenze e alle complessità, ponendo tutto – comodamente e indistintamente – sullo stesso medesimo piano di discussione.

Come se tutto fosse inserito in un enorme “frullatore, dove tutto si mescola, dall’Ungheria ai cani per ciechi” per usare le parole di Corrado Augias, durante uno dei suoi interessanti confronti televisivi. E’ da quel frullatore che usciamo spesso ulteriormente confusi e polarizzati, ulteriormente incapaci di gestire le complessità.  E’ in quella confusione che rischiano di trovare spazio e normalizzazione anche ciò che non deve trovare ne’ spazio ne’ normalizzazione: come le stravaganti teorie dei fascisti buoni o dell’invasore che vuole il bene del popolo invaso. È da quel frullatore che matura la fascinazione dell’uomo forte al comando. È da quel frullatore che inevitabilmente maturano i conflitti e, peggio ancora, le Guerre.

E se è bello ricordare oggi l’Art.12 della nostra Costituzione che sancisce nero su bianco i 3 colori – verde, bianco e rosso –  della della nostra Bandiera, è ancor più importante ricordare come proprio all’articolo precedente – l’11esimo – l’Italia apre la strada alla partecipazione ad organizzazioni di collaborazione e cooperazione internazionale, utili al nostro Paese per favorire la pace e la giustizia tra i popoli, ripudiando la guerra quale strumento di offesa e quale mezzo di risoluzione delle controversie. L’Art.11 stabilisce dunque che per gestire i delicati equilibri che garantiscono Democrazia e Pace, dentro e fuori dal nostro Paese, l’Italia ripudia la semplicità della guerra e sceglie – e sempre sceglierà – la complessità delle relazioni su cui si fondano Democrazia e Pace.

E’ dunque un dovere anche nostro, di cittadini italiani, smettere di continuare a cercare facile rifugio nelle risposte offerte dalle tifoserie per tornare alla più edificante fatica della gestione delle complessità, tenendo però sempre a mente i valori non trattabili della nostra Democrazia, i punti cardinali entro cui orientarsi. Perché confrontarsi e scegliere, aprirsi e mettere in discussione sé stessi, accettando le diversità e le complessità del mondo che ci circonda, rispettando culture e pensieri differenti, non significa perdersi in esse o relativizzare ogni cosa.

E’ in giornate come queste, allora, che riscopriamo quei valori nel nostro Tricolore e nella sua storia, nella Carta Costituzionale, nella Libertà e nella Democrazia, nella pace e nei diritti umani, nella nostra Repubblica e nei suoi valori fondativi figli della lotta di Liberazione e della Resistenza partigiana – quella si, di parte: “della parte giusta!” ci ricorderebbe oggi, con il suo stile unico e la sua forza pacata, il nostro amico Ermete Fiaccadori.

Torniamo, allora, a farci ispirare dal Tricolore. Perché il significato della Bandiera non sta nel marrone dei tre colori mescolati tra loro ma nella bellezza dei tre distinti colori —  verde, bianco e rosso — insieme. Diversi, ma insieme.

E se è altrettanto vero che la complessità della nostra società non può essere adeguatamente rappresentata neppure con soli 3 colori, è di nuovo la nostra Costituzione, nell’anno di un altro 80esimo, quello del primo Voto delle Donne, ad indicarci la soluzione, all’Art.48, tramite il gesto che continua, nel tempo e nella storia, a definirci non più quali sudditi di un Regno ma quali cittadini della Repubblica: il voto. Perché votare in tanti significa rappresentare in maniera più nitida e dettagliata quella complessità di idee e di colori,  votare in tanti è l’antidoto migliore alle tifoserie urlate, votare in tanti restituisce più peso, più colore, e più voce a ciò che siamo! Tornare a votare in tanti significa tornare ad arricchire i colori della nostra Democrazia, rendendo in fondo ancor più vivi anche i colori del nostro Tricolore!”