
Adottare con urgenza un provvedimento che consenta ai fuorisede di esercitare il diritto di voto in occasione del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo e definire una disciplina stabile e strutturale sul voto a distanza. È la richiesta principale che il Consiglio comunale di Modena rivolge al Governo approvando la mozione dedicata al voto dei fuorisede presentata dai gruppi Avs, M5s, Pd e Spazio democratico. Il documento, illustrato da Martino Abrate (Avs), è stato approvato nella seduta di lunedì 16 febbraio con i voti dei proponenti e di Pri-Azione e Modena civica; contrari FdI e Modena in ascolto; astensione per Lega Modena.
Il documento richiama l’importanza del referendum costituzionale, sottolineando come si tratti di uno strumento centrale di democrazia diretta. Trattandosi di consultazione senza quorum, ogni voto espresso contribuisce direttamente a determinare l’esito finale. La mozione evidenzia inoltre come siano circa cinque milioni i cittadini italiani che, per motivi di studio, lavoro o cura, vivono temporaneamente in un comune diverso da quello di residenza e che, in assenza di misure specifiche, vedono di fatto subordinato l’esercizio del diritto di voto a costi economici e organizzativi. Una condizione che appare in contrasto con il principio costituzionale del voto sancito dall’articolo 48 della Costituzione. Il Consiglio chiede dunque di ripristinare anche per il referendum del 2026, la possibilità di voto a distanza già prevista in via sperimentale per le elezioni europee del 2024 e per le consultazioni referendarie del 2025, e di procedere contestualmente verso una riforma organica che introduca modalità stabili, anche attraverso il voto elettronico o per corrispondenza.
In apertura di dibattito, per il Pd Gianluca Fanti ha criticato la scelta del Governo di non consentire il voto ai fuorisede nel referendum del 22-23 marzo, ricordando che nelle precedenti consultazioni erano state previste deroghe per studenti, lavoratori e persone in cura. “Negare il voto a 5 milioni di fuorisede è uno schiaffo alla democrazia”, ha affermato il consigliere, parlando di decisione politica priva di reali motivazioni tecniche e invitando a garantire la piena partecipazione. Anna De Lillo ha richiamato la propria esperienza di giovane studentessa e lavoratrice, sottolineando come per molti coetanei spostarsi sia una necessità e non una scelta. Per questo la retromarcia del Governo, dopo le sperimentazioni positive del 2024 e 2025, si configura come una scelta politica “incomprensibile” che limita un diritto costituzionale senza fornire spiegazioni trasparenti. Stefano Manicardi ha definito il voto ai fuorisede “un tema di salute democratica del Paese”, ricordando le mozioni già presentate nelle scorse consigliature. Dopo aver riconosciuto al Governo il merito delle precedenti aperture, il consigliere ne ha criticato il passo indietro: “Non può essere la volontà contingente di un governo a decidere chi vota e chi no”. Diego Lenzini ha collegato la questione alla qualità della democrazia e alla lotta all’astensionismo, ricordando che “se ostacoliamo la partecipazione, si ammala la nostra democrazia”, giudicando anch’egli incomprensibile il diniego del Governo dopo le sperimentazioni riuscite e lamentando l’assenza di motivazioni chiare da parte del centrodestra.
Per Avs, Laura Ferrari ha definito “un passo indietro clamoroso” la bocciatura degli emendamenti sul voto ai fuorisede, ricordando che le sperimentazioni del 2024 e 2025 non avevano creato problemi tecnici. “Non può essere un diritto a momenti alterni”, ha affermato la consigliera, sottolineando la mobilitazione della società civile e le oltre 50.000 firme per una legge popolare e chiedendo una norma strutturale che garantisca stabilmente il voto a studenti, lavoratori e persone in cura lontane da casa. Per il M5s, Giovanni Silingardi ha parlato di “paradosso assurdo” segnalando che chi è all’estero può votare, chi è fuori sede in Italia no. “Un impegno sacrosanto nel 2024, oggi un disimpegno imbarazzante”, ha dichiarato il consigliere, citando le precedenti aperture del Governo, ribadendo che il diritto di voto non può valere “a corrente alternata”.
Paolo Ballestrazzi (Pri-Azione-Sl) ha sostenuto che limitare il voto ai fuorisede rappresenta “una palese violazione del dato costituzionale”, ipotizzando che la scelta sia legata a calcoli politici sull’esito del referendum. “Se non consentiamo all’elettore di raggiungere il seggio, c’è un vulnus evidente”, ha affermato il consigliere, richiamando precedenti storici. Infine Giovanni Bertoldi (Lega Modena) ha definito la mozione tardiva: “A un mese dal voto non ci sono i tempi tecnici per cambiare le regole”. Il consigliere ha evidenziato le difficoltà organizzative legate a domicilio, liste elettorali ed eventuali ricorsi, criticando anche l’uso dei rappresentanti di lista come scorciatoia e spiegando che “chi vuole votare, si deve attivare per farlo”, proponendo piuttosto agevolazioni e sconti sui trasporti per facilitare il rientro nel comune di residenza.

