“Altro che politica industriale: quello a cui stiamo assistendo è un caos totale, gestito sulla pelle delle imprese.” Così Filippo Simeone, Coordinatore del Partito Democratico per il Distretto Ceramico, interviene dopo l’ennesimo dietrofront del Governo sulla Transizione 5.0.
La misura, prevista nel PNRR – Missione 7 REPowerEU e attuata con il decreto-legge n. 19/2024, era partita con una dotazione complessiva di 6,3 miliardi di euro per sostenere la transizione energetica e digitale delle imprese. Successivamente, anche a seguito della chiusura anticipata delle prenotazioni da parte delle imprese, le risorse effettivamente disponibili erano scese a 2,5 miliardi.
A questo primo ridimensionamento si è aggiunto il caos degli ultimi giorni: nel giro di poche ore il Governo è passato da un taglio drastico delle risorse — da 1,3 miliardi a circa 500 milioni — a un nuovo aumento fino a 1,5 miliardi, lasciando nel frattempo oltre 7.400 imprese nell’incertezza dopo aver già effettuato investimenti.
Simeone attacca frontalmente il Ministro Adolfo Urso: “Il Ministro Urso cambia linea dopo le pressioni: prima le legittime proteste di Confindustria, poi le indiscrezioni su un possibile rimpasto di governo che lo avrebbero visto escluso. E allora ecco il dietrofront. Ma si può davvero gestire la politica industriale di un Paese manifatturiero in questo modo?”
Il giudizio dei Dem è netto: “Dopo mesi difficili, con una produzione industriale in calo e segnali preoccupanti per il nostro sistema produttivo, arriva anche questo caos. Un caos che non fa bene alle imprese, non fa bene ai lavoratori, non fa bene alle famiglie.”
Simeone richiama poi le conseguenze concrete sul territorio: “Nel nostro territorio questo non è un dibattito astratto. Il distretto ceramico e la meccanica di produzione rappresentano uno dei principali poli manifatturieri d’Europa, con migliaia di lavoratori e una filiera che coinvolge centinaia di imprese. Quando si cambia una misura come Transizione 5.0 in questo modo, non si colpiscono numeri su un foglio: si bloccano investimenti, si rallentano produzioni, si mettono a rischio posti di lavoro.”
Simeone insiste sul nodo politico: “Il problema non è solo questa misura. Il problema è che questo Governo non ha una politica industriale. Non esiste un piano per i settori energivori, non esiste una strategia per la transizione produttiva, non esiste una direzione. E nei territori, nei distretti come il nostro, non si è visto nessuno. Nessun confronto, nessuna proposta, nessuna presenza.”
La chiusura è netta: “Un Paese manifatturiero non può permettersi di trattare le imprese in questo modo. Perché quando si rompe la fiducia tra Stato e sistema produttivo, si rompe qualcosa di molto più profondo: la capacità stessa di crescere.”

