
L’organizzazione degli imprenditori agricoli rimarca le ricadute socio/economiche dell’esiguo raccolto di frutta dovuto alle gelate di marzo e agli eventi atmosferici successivi, che hanno ridotto al minimo storico le produzioni top delle terre di Romagna fino a calcolare complessivamente un crollo produttivo del 80% per nettarine e susine e del 80-90% per pesche e albicocche.
«È irrilevante, e non compensa la perdita di produzione causata dalle gelate, il leggero rialzo dei prezzi riconosciuti in media all’agricoltore: 40-50 centesimi al chilo per le susine e 1.2 euro al chilo per le albicocche; queste – chiarisce Servadei – dovrebbero essere le quotazioni di un anno cosiddetto ‘normale’ invece è stato disastroso. Idem per le pesche che si fermano a 60-65 centesimi al chilo, numeri accettabili solo in annate di piena produzione. Infine le nettarine che hanno strappato prezzi in caduta libera a partire dalla metà di giugno in poi, da 1 euro a 65 cent al chilo. Il 2020 sarà ricordato per la scarsa produzione di drupacee, il calo dei consumi, i prezzi risicati e lo spazio di mercato lasciato ai nostri competitor. Molte aziende agricole saranno disincentivate a programmare la campagna 2021, pertanto ci attendiamo un ulteriore contrazione delle superfici e degli investimenti».
Conclude il presidente dei frutticoltori della Confagricoltura regionale, Albano Bergami: «L’esigenza di un piano strategico nazionale per il frutticolo oltre che l’adeguamento del sistema assicurativo e del fondo di solidarietà nazionale per le aziende colpite da calamità naturali, rimangono una priorità improrogabile. Alla perdita di circa 14.000 ettari di drupacee in Emilia Romagna, negli ultimi 15 anni, corrispondono migliaia di addetti in meno nei campi e nell’intero indotto generato dal comparto. Le gelate primaverili sono state devastanti e potrebbero dare il colpo di grazia finale ad una eccellenza della nostra regione. I problemi commerciali mai risolti che vedono la Distribuzione organizzata (DO) e la Grande distribuzione organizzata (GDO) riversare le criticità imposte dai mercati globalizzati sui fornitori e quindi sulla produzione – quest’ultima non sempre adeguatamente organizzata e governata -, si sommano agli impatti imprevedibili e violenti del cambiamento climatico sull’agricoltura».

